Un
vecchio e meraviglioso edificio nel cuore di Roma, l'ex convitto
Angelo Mai , abbandonato da circa dodici anni, il 17 novembre
2004 viene occupato da trenta famiglie in emergenza abitativa
coordinate dal Comitato Popolare di Lotta per la Casa. Accanto
a loro nasce e sboccia un laboratorio culturale che coinvolge
e appassiona una larga parte della cittadinanza, diventando
in breve tempo un riferimento importante nella città
per artisti e non solo.
Arte contemporanea, teatro, cinema e musica riempiono quel vecchio
edificio che, a prezzi popolari, avvicina all'arte un pubblico
vasto e diversificato e restituisce alla cultura il suo valore
aggregativo, comunicativo e sociale.
L'Angelo Mai si definisce un laboratorio aperto di arti e culture.
Usiamo la parola laboratorio per mettere in risalto quella fase
artigianale dell'arte che impedisce lo spreco di creatività
sparse e diverse tra loro, che non trovano luoghi dove maturare.
Né riconoscimento per quel momento fondante che è
il concepimento artistico. Gli stessi spettacoli che varcano
la soglia dei teatri cosiddetti istituzionali, frequentano intensamente
spazi come l'Angelo Mai, poiché i sistemi produttivi
riconosciuti e sovvenzionati spesso non sono interessati a curare
e a seguire tutto ciò che precede un debutto. Quello
che l'Angelo Mai tenta di fare è rivedere e, se possibile,
rielaborare i tempi e le modalità coercitive con cui
le arti performative sono costrette a scontrarsi. Prendendo
spunto da una tradizione teatrale che sottolineò l'importanza
di luoghi precisi come riferimenti stabili per lo studio, l'allenamento,
le prove e il concepimento della successiva messa in scena,
all'Angelo Mai occupato questo esperimento è stato esteso
anche alla musica, alle arti visive e alla danza. L'Angelo Mai
denuncia ancora una volta l'importanza di luoghi dove la produzione
e la fruizione dell'arte e della cultura possano vivere secondo
regole "a misura d'artista".
La storia del rapporto dell'Angelo Mai con le istituzioni è
stata lunga e complessa.
Nell'ex-convitto nel rione monti era previsto, dopo la ristrutturazione
dello stabile, il trasferimento della scuola media Viscontino.
Il laboratorio culturale aveva però acquisito nel frattempo
una notevole rilevanza e una parte consistente della cittadinanza
chiedeva di tutelarne l'esperienza. L'amministrazione comunale
inizia quindi a proporre una serie di spazi per trasferire le
attività culturali, molti dei quali poco idonei alla progettualità
dell'Angelo Mai. Dopo una trattativa difficile ed estenuante,
costellata di malintesi ed incomprensioni che hanno portato a
momenti di profondo conflitto sfociati nel doloroso sgombero del
4 ottobre 2006 - proprio quando sembrava che si fosse raggiunto
un accordo con il Comune di Roma -, finalmente il 17 novembre
2006 (a due anni esatti dall'occupazione dell'Angelo Mai!) la
nostra associazione ha ricevuto l'assegnazione dell'ex-bocciofila
di Parco San Sebastiano. La futura sede del laboratorio culturale
è un suggestivo spazio nel cuore del parco archeologico
dell'Appia Antica, ad un passo dalle Terme di Caracalla, attualmente
inagibile e completamente da ristrutturare, ma che in tempi brevi
– ci auguriamo – diventerà la nuova casa artistica
di cui in molti sentono il bisogno.
Solo nei due anni scarsi di attività nell'ex convitto del
rione Monti, l'Angelo Mai ha ospitato:
1. oltre 100 spettacoli teatrali,
2. le prove di 150 compagnie teatrali,
3. 18 laboratori teatrali,
4. oltre 40 concerti,
5. 150 proiezioni cinematografiche, sempre ad ingresso gratuito,
6. 30 eventi di arti visive (mostre, installazioni, performance),
7. decine di appuntamenti tra presentazioni di libri e manifestazioni
di sensibilizzazione di vario genere (incontri, dibattiti),
8. decine di corsi di vario genere (danza, pittura, kung fu,
tango...).
Per noi che vediamo in una casa artistica il luogo dove si elabora
e si sperimenta il superamento delle diversità e l'esercizio
della solidarietà.
Per noi che non sappiamo immaginare una società civile
che superi l'odore stagnante delle guerre e delle violenze senza
"case" di questo tipo.
Per noi che sogniamo ancora la crescita degli individui tenendosi
per mano e non rinchiusi nelle gabbie della solitudine e dell'egoismo.
Per noi che crediamo che fare cultura sia ancora un atto profondamente
politico e di fede in un mondo migliore.
Per noi che siamo convinti della legittimità sociale
dell'arte e della sua capacità di comunicare ed esprimere
il bisogno di senso e di cambiamento del mondo in modo efficace,
aprendo all'ascolto e allo scambio.
Per noi che combattiamo perché l'arte – e il teatro
in particolare- continui ad essere la scienza della libertà.
Perché ai sogni non si può comandare. Perché
siamo fatti della stessa materia dei sogni.