Vinicio Capossela, il Clan
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Interviste

Alcune interviste per comprendere meglio la personalità di Capossela

PAROLE DI CARNE.
di Graziano Graziani
CARTA (www.carta.org) - 06 marzo 2005

Vinicio Capossela è in giro per l'Italia con il suo nuovo tour - partito il 12 marzo con l'anteprima in Sardegna, a Lanusei - per presentare i brani del suo ultimo lavoro "Ovunque proteggi", disco di riti, carne, meduse e minotauri. Il cantautore, che è una delle voci più originali del panorama italiano, ci ha raccontato le suggestioni che l'hanno portato a questa nuova avventura.

Come è andata l'anteprima?
Ho voluto partire da qui perché questa avventura è iniziata da un "viaggio nella carne", la commistione tra mondo animale e mondo umano arcaico, che ancora si trova in alcuni arcaici carnevali di queste parti. Terra, spiriti, un posto arcaico, a contatto con gli elementi. Siccome questo è un disco di pietra, siamo venuti nella zona della pietra, dove c'è un vento da sciamani. Qui giocavo facile, perché avevo la parola magica: "bufa! bufa!", che vuol dire "bevi! bevi!". In questi giorni di carnevale capitava sempre che qualcuno ti metteva sotto mano un bicchiere ricavato dal corno di qualche animale e ti diceva: bufa!

Se in "Canzoni a manovella" c'era un immaginario ben preciso, qui si spazia molto di più... pare un viaggio dell'anima.
È vero. È la Terra nell'attualità dei suoi ottomila anni. In questo disco non c'è un mondo definito. È come hai detto tu, un viaggio nell'anima.

C'è un'attenzione al sacro. Che rapporto hai con le fedi, oggi che rischiano di diventare l'alibi dei disastri umani?
Io non sono un mistico, né ho avuto un'illuminazione. Ma c'è una poesia molto forte nelle scritture. Leggere l'Ecclesiaste è un'esperienza poetica di grande forza. A prescindere da questo, sono affascinato da tutto quello che ha a che fare con il rito. Qualsiasi tipo di rito. La ritualità è spesso legata al sacro. E il sacro è in qualsiasi cosa. Comunque sia il rito, la sua forma e quindi la sua poetica, è il territorio su cui io mi fermo. Non vado oltre.
Solo un brano è esplicitamente ispirato alle scritture. Mi avevano colpito le parole, che vengono da lontano e sono come pietre, violentemente attuali. In televisione hanno passato questi video messaggi dei "martiri" che si fanno esplodere. Recitano formule tratte penso dalla preghiera, dal Corano. Sono di una bellezza incredibile. Non c'è nulla da fare, le religioni - almeno le monoteiste - sono così: partono dal principio che non avrai altro dio all'infuori di me. Ma hanno dei testi di una forza incredibile, carichi di violenza. Non ammazzare se non nel mio nome. Basta leggere qualunque salmo di Davide, dove Dio è invocato non tanto per aver cura di chi prega, ma come "braccio" per annientare i nemici. Distruggi i miei nemici come loro distruggono me.

Il sacro di cui parli ricorda quello di Pasolini. Per questo il ringraziamento e la citazione nel cd?
Se inizi a occuparti di certe cose, finisce che Pasolini che ti viene magicamente in aiuto. È bellissimo come ha trattato il sacro. La sua riflessione sul sacro, e anche sull'arcaico, ci mette a disposizione le parole di un "profeta" quasi, di un vero intellettuale che è molto vicino a noi. Io, personalmente, ho dovuto andare sempre molto più lontano per trovare delle voci che mi parlassero. Sentire una voce che ti parla così vicina nella geografia e nel tempo, e con questa forza, è veramente bellissimo. Quello che ci ha reso Pasolini è un servizio meraviglioso. Di lui mi ha sempre colpito l'urlo di dolore che ha levato per quello che definiva un genocidio: la fine della società contadina, depositaria dell'arcaico che giunge fino a noi.
Che tipo di musica serve per accompagnare questo viaggio nell'immaginario?
Ci sono motivi arabeggianti, tradizionali messicani, valzer, cha-cha-cha e tenores sardi. Ogni canzone ha avuto un percorso a sé. In "Moskavalza" c'è anche l'elettronica. Una specie di turbofolk, dove si inseguono immagini del crollo dell'Unione sovietica, della Russia di ieri e quella di oggi. È l'immagine di Mosca come megalopoli. In quella vicenda c'era qualcosa che ricordava, in un certo modo, l'impero romano e il suo crollo.

L'esperienza del tuo libro e delle letture pubbliche che lo hanno accompagnato ti ha influenzato?
Tra l'ultimo disco e questo ho fatto molte cose che non era esattamente scrivere canzoni. C'è stato anche il libro e i reading. È stato un periodo in cui ho lavorato sulla sonorizzazione dei racconti, sulle potenzialità della voce, attingendo alle suggestioni del teatro d'ombre. Lavorando così ho conosciuto molte delle persone che hanno costituito il nucleo principale di "Ovunque proteggi". In queste sonorizzazioni inseguivamo l'idea di farle abitare dai "fantasmi delle voci", così come erano rimaste impigliate nei supporti, nei nastri. Oppure di suonare il già suonato, usando il campionatore, o andando a pesca di suoni. In questo lavoro la voce era sempre al centro, non come mezzo per veicolare un contenuto, ma come strumento in sé. Questo concerto e questo disco sono un po' la conseguenza di quel lavoro. Certo, ci sono anche dei personaggi del libro che si riaffacciano nel cd, come in "Dove siamo rimasti a terra Nutless": alcune canzoni sono un allargamento dei temi di certi racconti. Ma l'influenza maggiore parte dal lavoro sulla voce.

È un disco pieno di carne e sangue. Perché?
L'anno scorso è stato un anno straordinario a livello mediatico. C'è stato un avvenimento come i funerali papali: un momento collettivo incredibile, dove al centro era la carne. Tra l'altro è caduto subito dopo la pasqua. E poi c'era questa macelleria in forma mediatica che ci arriva tutti i giorni in casa. Hanno cominciato a circolare questi video di sgozzamenti su internet, dove la carne torna ad essere violentemente protagonista. Contemporaneamente mi imbattevo in altre situazioni legate alla carne, suggestive per tutt'altro motivo.
Ero in Sicilia per la settimana dei riti, e a Scicli ho assistito alla processione dell'"uomo vivo". Mi ha molto colpito questa messinscena: quanta umanità in questo Cristo che muore da Dio ma risorge da uomo, ed è così ebbro di gioia, perché se l'è scampata. Quelli che portavano questo Cristo erano principalmente dei macellai, gente che ha a che fare con la carne. In seguito ci sono tornato sopra anche grazie al lavoro di Mauro Zanetti, che ha realizzato un documentario e un libro sulle processioni basate sul tema della carne. Ma c'era anche "L'erotismo di Bataille, che è un bel carnaio. E anche il tentativo di avvicinarsi alla poetica del nuovo testamento, anch'esso pieno di carne. La carne, in questa modernità che tende a nasconderla come materia biologica, destinata a disfarsi, è l'ultimo tabù rimasto.

In questa "cartografia dei sentimenti" si va dalla gioia di cui parlavi, alla disperazione di "S.S. dei naufragati", all'incanto sospeso di "Ovunque proteggi".
Ci sono tante gradazioni. Siamo noi come corpo, come esseri corporali nella nostra sospensione sull'abisso della morte e del cammino della polvere. Una dimensione che ha molte tonalità: la carne in sé, il soprannaturale. Sono diverse gradazioni di quello che è il soggetto di questo disco, cioè l'uomo, visto nel suo ferocissimo e minuscolo passaggio sulla crosta della terra. Si va dallo spirito al corpo. Come si dice: padre, figlio e spirito santo. Ecco, lo spirito santo è una dimensione interessante. Perché lo spirito santo è la grazia. E la grazia è lo stato che ci monda, è quella specie di miracolo per cui la membrana che è tra noi e le cose che ci circondano e a cui ci opponiamo diventa sottilissima. Sono tutte materie, queste, che offrono delle potenzialità estetiche enormi, slegate dalla soggettività del momento. È questa la cosa che mi ha attratto.

A gennaio hai suonato all'Angelo Mai, centro sociale romano. Quegli spazi oggi sono un po' come le "cantine" di quarant'anni fa. Che effetto ti ha fatto suonare lì?
A prescindere dalle considerazioni di carattere sociale, ti racconto la mia esperienza personale. Lì ho incontrato delle persone speciali. E poi trovo che sia davvero un posto bellissimo. Io sono un po' animista: penso che i luoghi, le case, quando cessano di essere abitate acquistano tutta una loro suggestione. E quando qualcuno le riutilizza, le riempie anche di sensazioni. Quando le cose si fanno con amore questa cosa si sente. C'è una sorta di artigianato umano che ti dà una soddisfazione particolare. Anche semplicemente nell'idea di riutilizzare le cose, piuttosto che farle nuove. Ci vuole dell'amore, della "riparazione". E quello diventa un luogo speciale. Quella sera andando lì ho sentito come lo spirito santo. Cioè la grazia. Quella, che come dici tu è come una "cantina", è diventata una specie di catacomba dei primi cristiani.


SUL PALCO DEL PRIMO MAGGIO
di Silvia Boschero
L'UNITA' – 30/04/2003

Sul palco del Primo maggio è in arrivo il Maragià, il lunatico, il licantropo della canzone italiana. Forse si presenterà in doppiopetto, forse con un esercito di giannizzeri al suo fianco, forse con la tuta del Chaplin di Tempi moderni, come fece qualche anno fa a un altro Primo maggio. Vinicio Capossela esordisce domani su quel grande palco e chissà se proverà l'emozione “di sentirsi parte di un grande corpo laico, quello dei lavoratori”, che aveva sperimentato da bambino alle feste dell'Unità in Emilia.

Signor Capossela, qual è il Primo maggio che ricorda con più affetto?
Una volta che mi trovavo in gita dalle parti di Carrara. Lì sì che le sanno fare queste feste! C'erano le donne di casa che facevano fiori di zucca fritti e li vendevano per strada. Ecco, lì mi sono sentito veramente parte di questa grande comunità laica di lavoratori, ho respirato lo spirito vero, sano, del Primo maggio. Come quando andavo alle feste dell'Unità in Emilia, da ragazzino, negli anni Settanta. Erano straordinarie, c'erano le mamme di tutti i miei amici a lavorarci, si prestavano alla festa. Non dimenticherò mai la sensazione di sentirsi parte di un corpo unico, come l'arto di un corpo.

Sente una responsabilità politica, civile, a salire su quel palco?
Naturalmente penso di commettere almeno una ventina di atti politici più rilevanti al giorno., da uomo e cittadino. Certo la festa è importantissima. Il dilemma è: faccio un pezzo che possa aggiungere un bicchiere di champagne facendo il mio dovere di intrattenitore come il Ballo di San Vito (che non è un atto politico ma contribuisce alla festa) o un pezzo importante, che fa pensare ma che magari nessuno capisce? Se dovessi decidere per la seconda ipotesi fare una canzone dal titolo Addio innocenti, che non ho mai registrato su disco. Parla di uno dei tanti “Celentani” che, come mio padre, hanno animato le fabbriche: Dice: “Cantato...mila baci anch'io volli provare, ma dischi non ne ho fatti, solo cantato a lavorare”. Però nel suo reparto per tutti è stato “il molleggiato” e ora che la fabbrica chiude racconta: “Il mio fallimento (quello personale) al vostro (quello del capitale) devo mischiare”.

Alla fine cosa canterà?
Se domani dovessi suonare un vero pezzo operaio suonerai una canzone di Rocco Granata, del Celentano degli anni Sessanta o di Adamo. Pezzi che hanno dato qualcosa a gente che ha lavorato duro. Un'altra generazione. Ma forse con l'aria che tira bisognerebbe suonare la Marcia del camposanto, o ancora, per sottolineare questo periodo di frizioni, di scontri politici, potremmo suonare Agita, un pezzo che parla di acidità. Alla fine andrà per Maragià, l'unico pezzo giacobino che abbia mai scritto.

Qual'è la storia di Maragià?
Durante la mia università dello spettacolo, quando affrontavo i primi splendori e le prime miserie, finii a suonare da un tizio che pagava poco ma organizzava delle grandi cene. Il gioco era: ti di poco ma fai parte della mia famiglia, la famiglia del Maragià. Il senso è: ci possono comprare a vario prezzo, oggi più di un tempo. “I miei sogni se li è presi l'uomo nero e non li ha resi. L'uomo nero che ti tiene e ti trattiene un anno intero. Mi ha ricoperto tutto d'oro e poi m'ha lasciato solo...”. E' la solita questione che viene rappresentata da quel film bellissimo che è Il tempo dei gitani. C'è lui che da uomo puro era partito dal suo paese, poi torna con i soldi, ma li ha ottenuti al prezzo dei suoi sogni. E' diventato qualcuno ma non è più quello di prima. La potremmo riassumere così: i vincitori non sanno quello che si perdono.

Da ragazzo ha fatto tanti lavori, dal parcheggiatore al barista fino al suonatore di piano sulle grandi navi. Qual'è stato il primo?
Fu durante le vacanze della terza media. Avevamo appena traslocato: dalla campagna al condominio. Stavano riverniciando il palazzo e io li aiutavo, reggevo la cazzuola. Era molto noioso, ma lì ho scoperto i giornali sportivi perché li usavano per non sporcare per terra e per farsi il cappello. La faccenda del lavoro ti perseguita da quando sei piccolo e fin da allora ho avuto chiaro che non dovevo finire nel giro delle otto ore. Se non avessi fatto il musicista sarei finito male. Agli artisti non piace andare a lavotare, parlo del lavoro che fa sudare.

Ma il lavoro nobilita l'uomo?
Il lavoro se è cattivo ti stronca e basta, altro che nobilitare. Quando è il “tuo lavoro”, nobilita, altrimenti fai come mio padre, una fatica terribile. Conosco gente che è rimasta storpiata dal lavoro, fatica, fatica, fatica, inebetimento. Mio padre ha una gamba più corta dell'altra a forza di presse per la ceramica. Tanti anni fa pareva che nella Sassuolo e Scandiano tutti dovessero fare le piastrelle, era il più importante centro di produzione del mondo. La piastrella è passata a quintali sulle braccia dei lavoratori. No, no, il lavoro è terribile a volte.

Cosa pensi della canzone politica?
Ogni nostra scelta è un atto politico. C'è una tradizione molto nobile di canzoni politiche, rispetto il lavoro dei cantautori ma ci sono sorgenti popolari molto più interessanti. La canzone più vicina a questo sentimento l'ha scritta Matteo Salvatore: “Padrone mio ti voglio arricchire, se mi comporto male picchiami, basta che ho il pane da portare ai miei figli” è una canzone bellissima. Oppure i canti dei cava monti. Era un altro mondo, oggi non esiste. Come se la poesia sgorgasse da quella pietra.

 

 

IL Bravo Cantastorie
di Barbara Romagnoli
CARTA (www.carta.org)

Non si muore tutte le mattine» è il primo libro di Vinicio Capossela, cantastorie e affabulatore di parole e musica. Non è il solito romanzo, la trama è un intreccio di vicende che a volte si incrociano tra loro, a volte si concludono nel giro di poche pagine. Tutto ruota attorno all’impresa del vivere, dove ognuno ha la sua personalissima epica. Per trovarla basta seguire le istruzioni per l’uso suggerite dall’autore: «Prendere le pagine a etti, sfuse, a capitoli», seguire, ognuno come vuole, una trama che non c’è e immergersi nella quantità. A catturarvi saranno i protagonisti: i sollevatori di peso e i viaggiatori, i carcerati e i rebetici [il rebetico è una musica greca, viene dalla parola «rebet», ribelle], i migranti e gli animali del Chiavicone, Glenn Gould e Tony Castellano, gli alpini e Napoleone. In un via vai di luoghi e immagini reali o inventati: tangenziali, motel, la piana ipermercata, la balera di Maldonado, l’autobus per Sarajevo e gli scantinati. Abbiamo raggiunto Capossela tra un reading e l’altro, presentazioni nelle quali la musica accompagna un testo che si presta alle letture «partecipate».

Quando è cominciata questa nuova avventura?
Sull’orlo della gioventù, dopo aver deragliato per due o tre anni, nei quali davo come indirizzo la targa della mia automobile…alla fine, dopo tanto rotolare, mi sono ritrovato su un piano rialzato, in via Lamarmora, tra una caserma e tre cliniche geriatriche. Ho sentito il bisogno di vuotare il sacco, c’erano diverse questioni su cui valeva la pena parlare. Ho iniziato scrivendo a macchina, poi ho comprato un computer di seconda mano come faccio con tutto, ma un virus mi ha distrutto quello che avevo scritto. Il mio approccio all’informatica è passato attraverso la malattia…
Mi sono rinchiuso, come assediato da qualche cosa, subito dopo Il ballo di San Vito [album uscito nel 1996 ndr]. Cercavo qualcosa di epico, volevo mettere assieme personaggi vicini e lontani. Tra questi, c’è un mio carissimo amico che compare con il nome di Nutless, in omaggio al capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta l’America. Lui, per esempio, a un certo punto voleva diventare campione del mondo, non so come si dica, nella specialità di dipingere i soldatini di piombo. Voleva avvicinarsi alla Storia attraverso la cosa apparentemente più piccola… e tra i miei autori preferiti c’è Conrad, un suo librino dal titolo «I duellanti». Insomma, arriva il momento che vuoi fare l’impresa. È come un fuoco d’artificio che scoppia e lo racconti insieme al limite che porta con sé. Ci sono state diverse pause, è stata una lunga gestazione interrotta da concerti e viaggi. Così si sono stratificati luoghi, personaggi, persone…

Per questo hai deciso di scrivere un libro, si è scatenato il bisogno della scrittura?
Dalla «strozzatura», da quella è nato tutto. La vita ci darebbe infinite possibilità, come la catapulta. Allora, succede che anche sei hai il carburante la macchina si ingolfa, si ottura perché è troppo. È la fine della gioventù, la colica dell’immaginazione che si placa solo nel rinchiudimento. Almeno questa è stata la mia esperienza. Per arrivare a capire come da rondini si diventa mosconi, o, come ho cercato di raccontare nel capitolo sulla sorte di Kerouac, cosa gli è successo?

È una narrazione ricca, piena di voci…
Sì, è una polifonia in senso bachiano/pacchiano a quattro voci. La prima persona è quella che più mi è vicina, le altre sono contigue alla mia esperienza. Ho scritto racconti fatti per la voce. Mi piacerebbe sentirli leggere da altri, con altri accenti, in altre lingue. La scrittura dovrebbe sopperire la voce. Ecco, vorrei sentirmi il corpo di questa voce. Sono molto affezionato alle letture, leggere ad alta voce, a metà tra il circo e il teatro, la cosa più vecchia del mondo: raccontare storie. È qualcosa di reciprocamente sincero ed emozionante, per te che leggi e per chi ascolta. Del resto, Majakovskij bisogna leggerlo ad alta voce. Kerouac, anche se non capisco bene l’inglese, è un piacere sentirlo.

Nel libro ci sono mancate partenze e viaggi in luoghi che evocano conflitti e guerre dimenticate.
Tra le prime ci sono le tangenziali o La Bruciata, come chiamano il casello tra la A1 e la A22, o ancora certi angoli della città. Anche questo è qualcosa di grande e di epico, vicinissimo a noi. Invece, il viaggio nella ex Jugoslavia, come si dice ora, è stato diverso. Per chi come me è cresciuto in Emilia Romagna, era il primo viaggio. Per noi cresciuti ai margini del socialismo, nella casa del partito, partire per quei luoghi era come andare a trovare l’infanzia di vent’anni prima. Sulla guerra…direi che l’orrore più vicino sembra già vecchio. Ma a volte i particolari dicono di più. Mi è capitato una volta che sono arrivato sul luogo di un incidente stradale, io non ho visto quello che era accaduto, ma solo una scarpa a venti metri. Diceva tutto. Così le macerie, senza entrare nel cuore della storia, possono dire di più. Del resto, a me capita di incontrare i residui delle cose più che le cose. Lo stesso vale per le registrazioni che sentiamo: ascoltiamo Charlie Parker, ma chi lo ha mai conosciuto? Credo sia importante raccontare le cose nei loro residui «materici», descrivere di un paesaggio quello che ne è rimasto.

Tra i personaggi storici del libro, incontriamo spesso Napoleone. Come mai ci sei così affezionato?
Nel periodo in cui ho cominciato a scrivere stavo leggendo l’epopea napoleonica. Quello che mi attira di più è la vasca da bagno all’Isola dell’Elba, la consumazione dell’impresa. Sopravvivere e morire. Il tempo divora le cose grandi e le più semplici. Come l’amore, che è la più grande delle imprese.

Chi conosce le tue canzoni, ritrova nel libro anche vecchie conoscenze come la Contrada Chiavicone. Cosa è?
È il luogo dell’esotismo a portata di mano, dove nessun contorno è perfetto, c’è Dum Dum, il viaggiatore, poi ci sono i pappagalli, le voci impigliate… È il posto fuori dalla strada, quello a cui arrivi uscendo dall’autostrada, il posto della nonna, dove ti puoi arrampicare sugli alberi o seppellire la macchina. È un luogo lussureggiante, delle fiabe, delle streghe, delle ciarlatane…

Scrivi: «L’unico modo per renderla tollerabile, la vita, era sfuggirla. Sovvertirla».
Siamo abituati al fatto che tutto ha un certo modo di essere conosciuto-riconosciuto: quello che nel libro assume le sembianze del doppiovetro, dell’umanità rassicurata. Invece, se guardi da un’altra visuale, la cosa che hai sempre avuto dinanzi agli occhi è come un regalo, brilla di una sua epica. Forse faccio del romanticismo, non so. È più intrigante se qualcuno ti fa vedere una cosa a portata di mano sotto un’altra luce. Questo è sovvertire.

Nel tuo libro molti personaggi si ritrovano in una sorta di girone dantesco, perché?
L’idea del girone è quella di una collettività di una sola specie. Come quella che descrivo nella «piana ipermercata», luogo immaginario che rappresenta la quantità che ci seppellisce, ci invade, dove non ci si ritrova, non ci si rispecchia più, dove tutto abbonda e devi pagare per entrare.